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Perché un investimento in un sito di auto usate negli USA può fruttare al gruppo Exor più delle fabbriche di uno dei principali costruttori mondiali.

Il paradosso: più valore dall’usato che dalla produzione

Nel dibattito sull’automotive europeo c’è un dato che fa rumore: nel perimetro della famiglia Agnelli (attraverso Exor),
l’investimento in Carvana — piattaforma statunitense di auto usate — sembra generare più valore,
almeno in termini di mercato, rispetto alla partecipazione in Stellantis.

È un “paradosso” solo in apparenza: il mercato, soprattutto negli ultimi anni, ha premiato la capacità di alcune società
digitali di recuperare fiducia e margini, mentre l’industria automotive europea affronta una transizione complessa tra
costi, regolazioni, investimenti e domanda.

Chi trova Carvana trova un tesoro: da investimento a plusvalenza

Carvana è passata dall’essere una realtà in difficoltà a un caso di rilancio che ha riacceso l’interesse degli investitori.
Secondo quanto riportato, l’investimento iniziale di 50 milioni di dollari (marzo 2023, attraverso Lingotto)
si è trasformato, sulla carta, in una partecipazione valutata fino a 1,39 miliardi.

La crescita è stata accompagnata da una forte rivalutazione del titolo: da area 10 dollari a oltre 440,
con una capitalizzazione che ha superato i 60 miliardi. Nel frattempo, il fondo avrebbe progressivamente
alleggerito la posizione, incassando parte dei guadagni.

Alla base del rimbalzo ci sarebbero due leve: una strategia finanziaria efficace e una ricostruzione della fiducia
del mercato nel marchio e

nel modello operativo. Non è solo “speculazione”: quando il mercato percepisce una traiettoria più chiara
su ricavi, efficienza e sostenibilità del business, la valutazione può cambiare drasticamente.

Perché Stellantis rende poco: produzione, cautela e piani difficili

Nello stesso arco temporale, la traiettoria di Stellantis viene descritta come opposta: dal 2023 a oggi il gruppo avrebbe
perso terreno in Borsa, con una riduzione rilevante della capitalizzazione. Anche il valore della quota Exor, secondo i numeri citati,
sarebbe sceso dai massimi a circa 3,8 miliardi.

Le ragioni della debolezza sono molteplici e spesso concatenate:

  • Produzione e volumi: produrre meno significa “spalmare” costi fissi su meno unità, con pressione sui margini.
  • Investimenti prudenti: la cautela può proteggere la cassa nel breve, ma rischia di rallentare la crescita percepita dal mercato.
  • Piani e execution: annunciare strategie è una cosa, trasformarle in risultati è un’altra — soprattutto in un settore in trasformazione.
  • Transizione tecnologica: elettrificazione, software, supply chain e prezzi dell’energia cambiano radicalmente l’equazione industriale.

In sintesi: l’industria automobilistica “pesa” di più, richiede più capitale e ha tempi più lunghi rispetto a un modello digitale
che può scalare velocemente se riacquista credibilità.

L’allarme in Europa: incentivi e Green Deal al centro

Nel racconto emerge anche un elemento politico-industriale: l’allarme lanciato dal responsabile delle operazioni in Europa,
secondo cui servirebbero incentivi e modifiche al Green Deal per ribaltare la crisi dell’automotive
italiano ed europeo.

È una posizione che riflette un contesto reale: la domanda di auto nuove è sensibile ai prezzi, gli investimenti richiesti dalla transizione
sono enormi, e la competizione globale (USA e Asia) spinge verso modelli produttivi e industriali sempre più efficienti.

Una domanda scomoda: industria al centro o partecipazione “da gestire”?

Qui si arriva al punto politico ed economico insieme: se il principale azionista costruisce valore soprattutto fuori dall’Italia,
qual è oggi il ruolo dell’asset industriale? Stellantis resta il cuore del progetto, o diventa una partecipazione da amministrare
con logiche più finanziarie che industriali?

La risposta, probabilmente, sta nella capacità del gruppo di tornare a convincere il mercato su tre dimensioni:
crescita (volumi e mix), margini (efficienza e gamma) e visione (transizione con tempi credibili).
Senza questi segnali, la finanza continuerà a premiare dove la narrazione è più semplice e la scalabilità più rapida: come nel caso dell’usato USA.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Se Carvana continuerà a crescere come indicato (con ricavi stimati in aumento e utili in rafforzamento), sarà difficile ignorare
l’attrattività del mercato dell’usato digitale. Ma per l’Europa la partita vera resta industriale: incentivi, regole, energia,
investimenti e competitività determineranno se i costruttori riusciranno a trasformare la transizione in un nuovo ciclo di crescita.

E allora il “paradosso” potrebbe diventare un segnale: non che l’industria non conti più, ma che oggi il mercato premia la
chiarezza del modello e la credibilità dell’esecuzione molto più delle dimensioni.

FAQ rapide

Perché Carvana può valere così tanto?

Perché il mercato percepisce un rilancio operativo e finanziario e premia la scalabilità del modello digitale,
soprattutto se la fiducia torna a salire.

Perché Stellantis soffre di più in questa fase?

L’auto nuova in Europa affronta una transizione costosa (tecnologia, regole, filiera) e la crescita dipende da volumi,
investimenti e capacità di esecuzione dei piani.

Che ruolo hanno incentivi e Green Deal?

Possono influenzare domanda e sostenibilità economica della transizione: senza misure adeguate, la competitività industriale
rischia di indebolirsi.